Aldo Moro: l’uomo e il politico

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Aldo Moro: l'uomo e il politico.

Aldo Moro è indubbiamente per chi proviene da una estrazione politica cattolica un altissimo punto di riferimento e anche per chi non proviene da quella cultura è comunque una figura da studiare per quello che ha rappresentato nel nostro Paese.
Sono stato invitato, tempo fa, ad un convegno a Cerignola a inquadrare la figura di Moro nel triplice aspetto che lo caratterizza: l'uomo, come professore e politico e infine come beato con l'apertura del processo di canonizzazione che vede una contrapposizione tra favorevoli e contrari.
Moro come protettore dei politici? Bé Giovanni Paolo II già proclamò un Moro, Tommaso Moro come protettore dei politici, quel Moro che seguì la legge di Dio contrapponendosi a quella degli uomini simbolo dell'eroismo cristiano, opponendosi al secondo matrimonio fra Enrico VIII e Anna Bolena, opposizione che lo portò al martirio. In quella opposizione Tommaso Moro vedeva la presenza di Dio, quel patto stretto con il Signore in un sacramento che diveniva legame inscindibile e per quel voler tenere Cristo e l'impegno preso nei suoi confronti al centro del dibattito pubblico dell'epoca Tommaso Moro sacrificò la sua vita.
Non voglio, si badi bene, fare paragoni fra i due Moro ma mentre il primo subisce un martirio “in odium fidei” e per questo la canonizzazione è automatica, per il secondo il martirio non è legato a motivi religiosi bensì politici. Vi è di più se volessimo entrare nello specifico Aldo Moro ebbe un ruolo rilevante per l'approvazione della legge Fortuna Baslini quella sul divorzio per intenderci, contravvenendo ai dettami della chiesa cattolica, quasi rompendo il rapporto con Paolo VI di cui era figlio spirituale, quindi pur volendo ritenere ineccepibile la condotta privata della vita di fede di Moro (cosa che - come per ognuno di noi - possono sapere solo Moro e Dio) non potremmo non tenere in considerazione la sua condotta pubblica.
Ciò detto non possiamo non evidenziare la grandezza politica e umana del personaggio. Il sol fatto che oggi ancora se ne parli dimostra quanto è stato grande quello che ha detto e fatto questo politico. Un filosofo della politica innanzitutto, un amatissimo professore universitario, tanto da aver insegnato ai suoi allievi non solo nelle aule universitarie ma anche fuori da esse. Le due attività di Moro quella universitaria e quella politica pur essendo autonome l'una dall'altra vanno di pari passo. Perché Moro entra in politica come responsabile della FUCI, tra i fondatore della DC, parlamentare della costituente in cui si impegnò perché nella nostra carta costituzionale venisse inserito il valore della dignità della persona. Era un periodo quello in cui ha operato Moro di altissimo rigore morale, in cui i valori ideali della partecipazione egemonizzavano la scena a confronto della sterile gestione del potere.
A Moro va riconosciuta la capacità che forse più di tutti ha avuto di vedere la di là dei tempi; non penso di sbagliare se la definizione che do di Moro è quella di profeta. Nel Congresso di Napoli del 1962 da Segretario parlò per 7 ore lanciando il concetto dei “Tempi Nuovi” con le sue caute sperimentazioni e l'allargamento a sinistra. E quella sperimentazione toccò proprio a Foggia con il Sindaco Forcella e il primo accordo con i socialisti. Per poi nel 1964 essere messo da parte, gli preferirono Fanfani, ed è proprio quando fu messo da parte che Moro diventò “uomo di parte sopra la parti”
Inizia così le sue profezie “Aprite il castello in cui siete, al soffio prepotente della vita che gira attorno a voi” disse quando capì che vi doveva essere l'apertura al PCI, quello che De Mita definiva patto costituzionale in Moro diventava il compromesso storico nel 1976, quando capì che si era difronte alla doppia paralisi (DC al 38,3 e PCI al 35).
“Senza di me accadranno cose che non sarete in grado di governare” disse nel suo ultimo intervento prima di essere rapito e poi ucciso. Dal 1978, dalla morte di Moro, vi è stato in politica prima e nella società poi un decadimento morale, come se con Moro fosse stato ucciso anche un modo di interpretare la politica, di viverla, di pensarla, qualcosa perfettamente sintetizzata in quelle che furono le sue parole nell'ultimo intervento alla Camera “Attenzione, il potere diverrà sempre più scostante e irritante se non si cambiano le cose. Se non riusciamo a sentire la voce della nostra società civile saremo tagliati fuori dalla politica e il sistema parlamentare potrà essere messo in dubbio”
Veniamo così all'oggi. I tempi di Aldo Moro non esistono più, come lui aveva intuito è cambiato tutto, la politica non ha saputo ascoltare la nostra società civile. Noi però abbiamo il dovere di riannodare i fili del ragionamento politico, abbiamo il dovere morale di rimetterci all'ascolto e capire dove dirigere la società; certo oggi questo lavoro – visto che non vedo Aldo Moro in mezzo a noi – va fatto tutti insieme, ognuno da par suo, ognuno percependo e rappresentando le diverse sensibilità della società. Il centro destra ha al suo interno i patrioti, i sovranisti, i cattolici, i liberali, se riusciremo ognuno a porgere l'orecchio a quella fetta di elettorato che ancora disperatamente ci vuole parlare allora potremo fare sintesi e con chiarezza indicare la rotta, altrimenti saremo costretti a subire per i prossimi vent'anni la protesta fine a se stessa di cui oggi beneficiano Lega e 5 stelle e di cui domani beneficerà qualche altro che la sparerà più grossa. Perché purtroppo la politica oggi non è più fine ragionamento ma volgarità mediatica, non è più visione del futuro, ma rutto libero alla fantozzi con frittatona di cipolle incorporata. Dobbiamo tornare a raccontare qualcosa di credibile alla gente, dobbiamo tornare a dire qualcosa di interessante. Il nostro silenzio è assordante e se Aldo Moro è morto perché diceva qualcosa che non veniva capito, noi invece rischiamo di morire, non fisicamente ma politicamente, di silenzi, perché a volte di silenzi si muore!